Lettera sulla sentenza della Corte Europea sul Crocifisso
Generale 16/11/2009 09:20La Corte Europea dei diritti dell’uomo ha accolto il ricorso di una cittadina italiana che chiedeva la rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche.
Si tratta di un provvedimento che non dovrebbe destare particolari reazioni: la scuola è il luogo in cui la comunità educa e istruisce i propri giovani e ogni stato democratico tutela la libertà di coscienza. Il tempo in cui trono e altare erano le due colonne della nazione è passato, e nessuno può rimpiangere tristi residui come la religione di stato. Chi vuole presentarsi al crocifisso per pregare, per meditare, per raccogliersi ha molti luoghi dedicati a questo, e si chiamano chiese.
Del resto, non tutti riconoscono nel crocifisso – o nel messaggio cristiano – un valore assoluto, definitivo, irrinunciabile e universale.
Il semplice buon senso avrebbe dovuto trovare parole pacate per una sentenza che non attenta minimamente ad alcuna scelta religiosa, ma solo tutela la libera scelta dei non credenti o di aderenti a culti non cristiani (o più esattamente non cattolici: i protestanti non venerano il crocifisso).
Da molte parti, anche da gruppi politici, si sono levate grida indignate contro la sentenza della Corte Europea: la reazione ha raggiunto toni di isteria e di virulenza verbale così grotteschi che sarebbero risibili se non fossero preoccupanti. Infatti, inquieta un clima in cui si pretende di imporre il crocifisso come emblema obbligatorio per tutti, e ciò che più sorprende è che tanta intransigenza viene da chi accusa altre religioni di imporsi agli individui. Preoccupa una reazione tanto furibonda da pretendere che i crocifissi non solo restino, ma si moltiplichino nelle aule e negli uffici pubblici. Questa versione tardiva e nevrotica delle crociate rivela che, troppo spesso, l’adesione ad una religione ha come altra faccia della medaglia l’intolleranza e la faziosità: anticamera del fanatismo.

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